«Grandi visioni dell’ineffabile. Colori immediati eppure evocativi dell’infinito. Superfici profondamente saturate che rimangono diafane e fragili». Così scrive Christopher Rothko, secondogenito di Mark e Mary Alice Rothko, psicologo, scrittore e da trent’anni custode dell’eredità del padre insieme alla sorella Kate. Sono parole che aiutano a orientarsi, a dare un significato, ad avviare un dialogo senza tempo con uno dei grandi maestri dell’arte moderna, in mostra a Firenze, a Palazzo Strozzi e con due speciali sezioni presso il Museo di San Marco e la Biblioteca Medicea Laurenziana. Le tele di Rothko non si possono forse del tutto spiegare, vanno scoperte, avvicinate – per quanto possibile – nel loro essere sfuggenti da confini precisi e preconcetti.
I suoi dipinti sono sempre stati misteriosi, nebulosi, stratificati, sfidanti, eppure – forse proprio per tutte queste ragioni – carichi di significato. Sono dipinti per cui prenderemo in prestito due vocaboli dall’arte iper-contemporanea, traslandone però il significato a nostro uso e consumo: il primo a venire in mente fermandosi davanti al suo riconoscibile uso del colore, della luce, dello spazio, è “esperienza”. Oggi nell’arte tutto è esperienza; e così ci si trova proiettati in contesti urban rigenerati, in situazioni di environmental art o installazioni site specific, dove fare un bagno di opere che sono insieme sonore, tattili, visive. In Rothko la parola “esperienza” assume però un’altra profondità e diventa l’esperienza di specchiare sé stessi nelle opere, la possibilità di attivare un percorso interiore, la stimolazione di un processo mentale che può raggiungere l’inconscio. Non a caso il figlio parla di un’opera «interamente pervasa dall’uomo».
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