Il profumo è inconfondibile. «Ha una nota più intensa e decisa rispetto all’aroma classico. Forse perché non aggiungiamo mai zucchero: solo farina, sale, acqua e lievito», spiega Ibrahim mentre tiene in mano l’hamam ancora caldo. La crosta dorata è schiacciata alle estremità ma si allarga man mano che si procede verso il centro. La sagoma, quasi, di un uccello con le ali dispiegate. Da qui il nome: piccione, hamam in arabo. È una delle specialità del “Forno di Betlemme”. Lo chiamano tutti così seppure non sia l’unico dell’enclave cisgiordana. Quello situato all’incrocio tra piazza Madbasseh e via Paolo VI, nel cuore del centro storico, però, è tutt’uno con la città conosciuta da millenni come Bet Lechem, la “casa del pane”, in ebraico. Fondato esattamente 135 anni fa da padre Antonio Belloni, il panificio dei salesiani ne condivide l’ostinazione ad andare avanti, nonostante tutto. A continuare a essere vita e nutrimento per i suoi figli perennemente affamati. Donne e uomini di differenti fedi. Cristiani – cattolici, greco-ortodossi, greco-cattolici, armeni, siro-ortodossi e siro-cattolici, copti e luterani –, ormai meno del 40 per cento dei 30mila abitanti, e islamici, il resto, uniti dalla brama di esistenza.
Appena qualche centinaio di metri più in là, la piazza della Mangiatoia su cui si affacciano la Basilica della Natività, la moschea di Omar e il municipio, sottolinea il loro legame. Per questo, il “Forno” è la metafora di Betlemme al tempo della “guerra eterna” dichiarata da Benjamin Netanjahu dopo il massacro perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023. Gaza, Libano, Iran: da quasi tre anni, le fiamme divampano da un punto all’altro del Medio Oriente. In apparenza l’incendio non brucia la Cisgiordania. Qui, dove la Palestina vagheggiata dagli Accordi di Oslo si sminuzza in un puzzle di villaggi, strade e barriere cangianti, il fuoco del conflitto cova sotto le ceneri di una quotidianità asfissiante. I permessi di entrata nello Stato ebraico – in primis quelli di oltre 100mila lavoratori palestinesi – sono congelati dalla tragedia del 7 ottobre. Nel mentre, checkpoint e sbarramenti sono cresciuti di quasi la metà, fino a raggiungere quota 925, paralizzando anche la circolazione all’interno degli stessi Territori.
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