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L'eterno nel tempo, il tempo nell’eterno

​Giovanni Gazzaneo

Ho incontrato Dante in una vigna. La sua voce antica e forte era quella di un contadino cotto al sole di Maremma. Quinta elementare e la sapienza degli avi. Alla sua tavola di bambino il pane non mancava. Era il companatico a scarseggiare. Il nonno donava al fanciullo quel che aveva: Ulisse, Paolo e Francesca, Pia de’ Tolomei… E la nonna lo faceva pregare con l’Inno alla Vergine. Il nome che portava l’ha onorato mandando a memoria i cento canti della Commedia: Dante il contadino ha vissuto i suoi novant’anni nella manciata di chilometri che andava dal­l’Ombrone all’Argentario. Non ha visto altro, ma quella terra e quel cielo gli bastavano. E soprattutto gli bastava la Commedia. Dar fiato ai versi non era un vanto. Era la vita. Quel contadino mi ha mostrato la grandezza di Dante poeta. Una grandezza che è per tutti e che tutti possono cogliere. Perché nella Commedia c’è l’umanità di ogni epoca, ma anche ciascun singolo uomo, con le sue passioni e i suoi tradimenti, con il desiderio di Dio e la tentazione di farsi dio a se stesso e agli altri.
Il viaggio di Dante è il viaggio nell’orizzonte che noi siamo; il nostro essere di terra e di cielo, di polvere e di stelle, di abisso di peccato e di inattesa grazia. Ci invita a osare, in un cammino che punta al cuore di una storia che non è mai solo storia di uomini, ma è sempre anche (e soprattutto) storia di Dio. Dal primo dei giorni di Genesi al Giudizio dell’ultimo giorno, l’Eterno si fa presente e il presente in modo misterioso entra nell’eternità, perché nulla è insignificante. Siamo noi che non cogliamo o non vogliamo cogliere il valore di una parola, di un gesto, di una persona. Non ci sono scarti tra gli uomini, ma non ci sono scarti neppure nel loro vissuto. Non si può comprendere la Commedia se non alla luce della logica del Creatore che conta i capelli del nostro capo, governa gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo. Nulla va perduto e noi siamo davvero “per sempre”. Dante coglie tutta la bellezza della vita, e dell’Infinito che la abita, perché non indurisce il cuore, come non l’hanno indurito Francesco d’Assisi e Giotto di Bondone. Il suo è e sarà sempre il cuore di ragazzo che si innamora undicenne di Beatrice bambina e a quell’amore resterà fedele e grazie a quel cuore i suoi occhi potranno in vita vedere il Paradiso. Scrive nel Convivio: «Ancora n’accerta la dottrina veracissima di Cristo, la quale è via, veritade e luce: via perché per essa sanza impedimento andiamo alla felicitade di quella immortalitade; veritade, perché non soffera alcun errore; luce, perché allumina noi nella tenebra dell’ignoranza mondana. […] E io così credo, così affermo e così certo sono, ad altra vita migliore dopo questa passare, là dove quella gloriosa donna vive della quale fue l’anima mia innamorata». E un cuore innamorato nulla ha a che vedere con l’uomo dall’espressione amara e sdegnosa che l’arte ci consegna, sviata dallo storico Giovanni Villani, guelfo dei Neri (la parte avversa all’Alighieri): «Questo Dante per lo suo savere fu alquanto presuntuoso e schifo e isdegnoso». Certo il carattere forte e il rifiuto dei compromessi gli hanno procurato inimicizie potenti e durature. Ma la forza di Dante è nella sua libertà e nella sua fede: libertà di esprimere le sue idee e di rimanervi fedele a prezzo dell’esilio e della sconfitta; libertà di rinunciare al latino, la lingua dei dotti, per abbracciare la lingua dei vivi, il volgare, e di farci italiani, perché può esistere un popolo senza terra, ma non esiste un popolo senza lingua. Grazie al volgare la Commedia è il grande poema del dialogo: dell’uomo con Dio prima ancora che del poeta con i dannati e i beati. Solo un uomo straor­di­na­ria­men­­­te coraggioso e innamorato può scendere nell’abisso delle tenebre del peccato e risalire i cieli della grazia. E ab­­bracciare politica e mistica, mondo classico e filosofia scolastica, sacralità del­l’im­pero e spiritualità francescana, fino a esplo­rare i confini del pensiero su Dio e sul­l’Oltremondo con la pura poesia. E concepire e generare nel dolore dell’esilio, come nelle do­glie del parto, la Commedia. «Egli ci appare – dice Han Urs von Balthasar – come uno dei costruttori di cattedrali del medioevo [...]. La sua opera non è una summa, ma un numero primo indivisibile». Perché la sua opera è semplicemente Divina.