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I colori della gloria

​Piero dipingeva col fiato della Luce: con la vigoria impassibile dell’eterno. Il suo calibrato incedere nel prontuario delle forme geometriche è sempre ravvivato dall’artificio lieto e solenne del suo portentoso genio. Egli è costituito da una forte e temperata visione spirituale e da una perfetta e conseguente logica che tutto, o quasi, va raziocinando. Sebbene un’arcaica e acerba tensione o dovere morale lo riconnetta con il severo plasticismo romanico e la formidabile solidità della pittura pompeiana. In un equilibrio assoluto le sue figure stanno in maestà pronte a restituire la trascendenza dei loro Modelli.
Il Cristo della Resurrezione di Sansepolcro è l’archetipo di Nostro Signore tratto da quella linea di pensiero che fu di Donatello: «Mi pare che tu abbia messo in croce un contadino!». Così avrebbe detto Brunelleschi a proposito di un crocifisso in legno del suo amico scultore. Anche il volto marcato dal sole e dalla fatica, dissimulata in una lontanante bellezza rustica, è da Piero desunto dagli uomini dei campi o da qualche robusto pellegrino che percorrendo il greto del Tevere transitava verso la Città Eterna. Soffermiamoci in questo capolavoro assoluto che da solo rappresenta a buon diritto la Cristianità e travalica di slancio, pur nella sua tremenda fermezza, i secoli nella sua impassibile, ardente, passione. Questo sconfitto e oltraggiato servo di Dio ha umiliato la tenebra del Male, ha ricondotto le pecore disperse d’Israele, ha squarciato il velo del tempio e della carne, ha deposto nel cuore del mondo il suo Verbo immortale. Ora ti cerca con il suo sguardo potente mentre brandisce il vessillo del sangue e del candore immacolato. Ti viene incontro dal fondo della storia, con matematica certezza d’essere lui la Via, la Verità, la Vita. Quel sepolcro è figura dell’altare su cui trionfa l’Eucaristia.
Quel mattino di Pasqua scintillante di gloria è racchiuso nel classico mantello rosato dell’aurora che Fidia ha scolpito nella mente e nel cuore della cultura occidentale. Quel volto sbaraglia la notte dentro la quale s’annida tenace il sonno dei soldati. L’umiltà cristiana di Piero si confonde con loro che armeggiano fatui e impotenti, ebbri manichini dissolti da ogni morale. La morte invade un poco e li pietrifica come birilli abbattuti da una potenza astrale che smagnetizza la loro volontà, i loro corpi bardati, inutili guardiani senz’occhi.
L’altro capolavoro che tanta parte ha avuto nei sentimenti del popolo cristiano è la Madonna incinta che a Monterchi raffigura la sconvolgente iniziativa di Dio: quella di incarnarsi nel tremore di una fanciulla nascosta nell’ombra e nello splendore profetico. La cosidetta Madonna del parto che pure sta in piedi sotto la tenda dove gli angeli la rivelano al popolo di Dio perché «d’ora in poi tutte le generazioni ti chiameranno beata!». È discinta, come dice Isidoro di Siviglia: niente più la recinge perché l’Infinito l’ha ricolmata di Gloria che ha già inondato la creazione e ora si manifesta nell’albore della Natività e nella luce del Risorto. La pittura non sorpassa né esclude la teologia, ma è pratica di quella vita immortale a cui Piero è pervenuto, per divina Grazia tra i più grandi figlioli della Chiesa. Quando si faranno santi i pittori come lui? I miracoli sono queste opere sublimi e l’obbedienza è iscritta nel loro deposito di fede.

di Massimo Lippi