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La Cattolica nel crocevia della storia

Area cimiteriale romana, abbazia benedettina, infine università: i tesori di un luogo di fede e cultura

​Giovanni Gazzaneo

Tolkien quando immaginava la sua fantastica “Terra di mezzo” forse aveva presente una terra di mezzo antica, gloriosa, reale, plasmata nei millenni, e la sua capitale: Mediolanum, città sorta tra il Po, l’Adda e il Ticino 2.600 anni fa. Un luogo di mezzo è l’area che vede nascere l’Università Cattolica del Sacro Cuore, crocevia della storia tra civiltà romana e civiltà cristiana. In questa porzione di città si trovano i resti più significativi di quella che è stata capitale dell’impero e, con Ambrogio, centro della cristianità d’Occidente: l’anfiteatro, le terme, le colonne di San Lorenzo, le mura, la basilica martyrum.
La Cattolica è custode di un tesoro di storia, di arte, di fede. Trasferita nel 1932 dalla vicina sede di via Sant’Agnese al­l’antico monastero benedettino, l’università sorge – come testimoniano i resti archeologici, dal III secolo a. C., nel Giardino di Santa Caterina d’Alessandria –sull’area cimiteriale romana che accolse in seguito i martiri cristiani. Con l’acclamazione nel 374 di Ambrogio, magistrato imperiale, a vescovo di Milano, il luogo della pietà e della memoria si trasforma nel cuore pulsante della comunità cristiana. Nel 386 viene dedicata ai martiri Gervasio e Protasio la grande basilica costruita da Ambrogio. E forse proprio nei pres­si del Giardino di Santa Caterina, nel 387, Agostino, all’età di 33 anni si converte. Nel 789 l’arcivescovo Pietro chiama una comunità religiosa a ridare vita e splendore alla basilica di Ambrogio, devastata dalle invasioni unne e longobarde. I benedettini rinnovano l’edificio con la preghiera, il lavoro, l’arte e la liturgia. Edificano il campanile dei monaci che si affianca a quello dei canonici. Solo successivamente pensano al loro cenobio, di cui restano poche tracce. Sopravvive una cripta, forse una cappella, costruita sotto il refettorio di quello che sarà il monastero cistercense. Nell’abbazia viene siglata la “Pace di Ambrogio”, nel 1258, che mette fine alle lotte intestine in città. Ma il privilegiare l’attività civile e culturale rispetto alla sfera spirituale porterà il monastero al decadimento. La rinascita è possibile grazie ad Ascanio Sforza, cardinale e commendatario dal 1489 dell’abbazia di Sant’Ambrogio. È lui, fratello di Ludovico il Moro, ad affidare le sorti del monastero ai cistercensi: entrambi i fratelli avevano grande considerazione per i figli di Bernardo, per il loro stile di vita e di preghiera e le straordinarie doti sia nel campo dell’architettura e delle arti sia in quello delle attività produttive e agricole, doti incarnate nell’abbazia di Chiaravalle presso Milano. L’incarico della riedificazione del monastero viene affidato a Donato Bramante. Il suo è un progetto “perfetto”, come osserverà cinque secoli dopo un altro grande architetto, Giovanni Muzio, intervenuto per adattare il monastero alle esigenze dell’università: «Tutta la fabbrica, nel giro dei portici, dei corridoi, delle sale, è simmetrica, perfetta e grandiosissima». Primo edificio rinascimentale, come testimonia una lapide fatta apporre nel 1498 da Ludovico, è il refettorio (ora l’Aula Magna più bella d’Italia). Era il cuore dell’abbazia, al centro di quattro chiostri (due sopravvivono: il chiostro dorico e quello ionico). Pilastri e lesene disegnavano lo spazio del refettorio: i medaglioni dei dodici apostoli accompagnavano lo sguardo dei monaci verso le Nozze di Cana, il grandioso dipinto di Callisto Piazza da Lodi (1545) che domina la sala. Sopra il refettorio, nella Sala dello Zodiaco (oggi aula Pio XI) viene realizzata la grande biblioteca. Nel 1624 si costruisce l’atrio d’onore e lo scalone monumentale. L’abbazia continua nei secoli a essere centro di preghiera contemplativa e, insieme, di vita culturale: sede, tra l’altro, di una scuola di paleografia e diplomatica. Per la tipografia del monastero Giambattista Bodoni crea appositi caratteri di stampa. Vengono realizzati preziosi volumi con l’apporto dei più validi maestri incisori. Un’attività centrale per il monastero, che era proprietario della cartiera di Vaprio d’Adda.