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Il Natale nell'arte l’adorazione dei pittori

Da Giotto a Piero a Caravaggio sei artisti davanti al Presepio

​Antonio Paolucci
Evocare la Natività attraverso una serie di capolavori pittorici dell’arte italiana è possibile e ci permette di compiere un percorso che è insieme di storia, di cultura e di fede.
Cominciamo da Giotto, dal Giotto degli affreschi padovani della Cappella dell’Arena, dipinti per Enrico degli Scrovegni fra il 1303 e il 1305.
Giotto inaugura la lingua figurativa dell’Italia moderna. Sotto questo aspetto la sua importanza è paragonabile a quella che riveste il contemporaneo e concittadino Dante Alighieri per quanto riguarda la lingua e la letteratura.
La conquista dello spazio, prima di tutto. Quella di Giotto non è ancora la prospettiva scientifica di Brunelleschi ma è già profondità, solidità, abitabilità. La Madonna che ha appena partorito e che adagia il figlio nella mangiatoia secondo il racconto dell’evangelista Luca (2,7), è coperta da una tettoia di legno dislocata in profondità. I pastori che si accostano al Presepio, san Giuseppe, gli angeli in volo che cantano la gloria dell’Atteso, sono figure reali che occupano concretamente lo spazio, esattamente definite dalla modulazione cromatica dell’ombra e della luce. Una specie di solenne classicità, grave, sintetica e al tempo stesso fusa e melodiosa, caratterizza gli anni maturi di Giotto, all’altezza degli affreschi padovani.
L’altra novità rivoluzionaria del suo stile è rappresentata dalla scoperta del Vero. Giotto individua e rappresenta il mondo della natura e quello degli affetti. Così il volto della Madonna in atto di deporre il neonato nella culla esprime felicità, tenerezza, apprensione. Il Bambino stretto nelle fasce fissa la madre in una specie di muto, affettuoso colloquio. Anche il bue alza lo sguardo verso l’alto per non perdersi la scena, mentre l’asino gira la testa in una buffa torsione, orientando le orecchie come antenne paraboliche, come per ascoltare meglio le coccole della mamma alla sua creatura.
Per i cristiani il Natale è il primo giorno di primavera. È un giorno di sole e di cielo terso perché è nato Gesù, “lux mundi”. Non per nulla la Chiesa ha collocato la celebrazione il 25 dicembre, data che gli antichi consacravano al “Sole invitto”. In questo scorcio dell’anno infatti le giornate impercettibilmente si allungano, il sole torna a salire i gradini del cielo, le tenebre sconfitte incominciano a ritirarsi. L’evento astronomico diventa così meravigliosa metafora dell’umano destino che, per la nascita di Cristo, si apre alla luce.
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