Negli anni Sessanta usavo spesso lo slogan che ricordava l’Internazionale Situazionista “Abitare è essere ovunque a casa propria”. Una dichiarazione che alludeva all’ipotesi futura di una società che potesse “abitare” non solo lo spazio privato ma anche quello pubblico. Abitare, quindi un concetto che esprime il desiderio di poter vivere uno spazio collettivo espandendo la propria personalità, le proprie aspirazioni, il proprio benessere.
Alla fine degli anni Settanta ho realizzato un’ampia ricognizione nella città di Milano dal tema “riconversione progettuale”. Ho fotografato tutte le attrezzature della città: paletti, dissuasori, cestini, segnaletica… insomma l’attrezzatura stradale che segna violenza e separazione, e l’ho confrontata con l’arredo domestico evidenziando la grande differenza tra “arredo domestico” e “arredo urbano”. L’attenzione nei confronti dello spazio collettivo fu finalmente espressa all’inizio degli anni Ottanta con la nascita della disciplina “arredo urbano”. Tutti, tanti creativi (architetti, artisti ma soprattutto designer) si animarono di un entusiasmo progettuale convinti che fosse finalmente arrivato il tempo di concepire una società che si sarebbe impegnata a sviluppare una disciplina (proprio come fu per l’architettura degli interni) finalizzata allo spazio collettivo. E così fu! Si aprirono, in ogni facoltà di Architettura, dipartimenti di Arredo urbano, e nacque anche per la prima volta l’assessorato all’Arredo urbano.
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