Santo Maradona

di Stefano De Matteis

L’esplosione del culto del “pibe de oro”, capace di trasformare Napoli, è il frutto sincretico di sentire del popolo e iperturismo. E racconta molto dell’universo della devozione e delle sue trasformazioni

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Non lo si può definire un capolavoro. E neanche una bellezza. Ma certo quel gran numero di persone non corre lì per questioni estetiche. Semmai per quelle estatiche: confondersi nella folla che rende presente un passato memorabile e che rivive grazie all’esaltazione di uno dei suoi idoli qui più resistenti: Diego Armando Maradona. Il richiamo è il murale a intero palazzo, con perfino una finestra giusto in un occhio, che palpita di forza simbolica e richiama turisti invaghiti di una Napoli miracolosa non più per il sangue pulsante di san Gennaro, o per quello di santa Patrizia che settimanalmente fa il suo dovere, ma per il portentoso ricordo di chi ha trascinato la città, e non solo la squadra, in vetta alle classifiche, a dei riconoscimenti inaspettati, togliendole inoltre, come dicono qui, «gli schiaffi da faccia».

Di quante trame è intessuto un simbolo? Tante. Nel nostro caso c’è, al primo posto, l’assoluta genialità che ha portato alla prima vittoria (ripetuta una seconda) dello scudetto. E poi la forte identificazione tra una civiltà come quella napoletana che si unisce e si rispecchia in quella argentina, accogliendo fin da subito un campione. Favelas e quartieri popolari uniti nel divino splendore di un fuoriclasse che impasta inventiva, estro e fantasia e sa lavorare per il gioco di squadra.

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