C’è un momento in cui, avendo lasciato casa, vi viene voglia di raccontare quello che scoprite su un nuovo sentiero. Può accadere quando abbandonate le vie conosciute e semplicemente vi accorgete di un mondo vicino ma che avevate trascurato. O è un momento della vostra vita in cui le cose solite e adattate vi hanno deluso e cercate di cambiarvi, ma vi rendete conto che non ci riuscite senza cambiare il paesaggio intorno a voi. La banalità del partire è stata troppe volte ribadita, e coloro che ne sanno sempre più di voi vi ricordano che oramai il mondo è tutto uguale, tutto rovinato, inutile andare altrove. Se riuscite a superare queste oziose obiezioni e vi affidate al vostro istinto, allora accettate la scomodità che lo staccarvi dalle abitudini e aprirvi al mondo comporta.
C’è nel viaggio qualcosa che non ha a che fare con il posto in cui andate e nemmeno con il vostro stato d’animo, ma con un terzo elemento inedito. Scoprite di essere in una condizione di veglia, in un’allerta in cui il vostro sguardo, i vostri sensi, sono nuovamente lì a interrogarsi. Come aveva capito Bruce Chatwin, si tratta del “che ci faccio qui?”.
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