Ma che bella cera!

di Simone Verde

Le Gallerie degli Uffizi dedicano una mostra alla passione dei Medici per la ceroplastica, una tecnica duttile che consentiva un estremo realismo

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Giuseppe Antonio Torricelli, Busto di Vittoria della Rovere, 1696-1713; pittore italiano, Scena di stregoneria, circa 1680

Un labirinto nella meraviglia. Sospeso tra storia, mito, arte e caratterizzato da un’atmosfera onirica, in bilico permanente tra fiaba e abisso. È la mostra “Cera una volta. I Medici e le arti della ceroplastica”, un centinaio di opere incastonate in un allestimento realizzato per richiamare volutamente il dedalo architettonico e la tenebra: un doppio riferimento, sia all’oscurità alla quale i secoli più recenti hanno ingiustamente relegato quest’ambito espressivo caratterizzato da vette estetiche raffinatissime, sia alle contorte, fantasiose, ricostruzioni psico-antropologiche, secondo cui la ceroplastica avrebbe rappresentato una sorta di matrice primordiale dell’espressività estetica europea.

Nell’universo degli interessi della famiglia Medici anche questo genere artistico ebbe un posto di riguardo. Fin quando, nel 1783, una vendita all’asta ordinata dal granduca Pietro Leopoldo non ne decretò la dispersione, in coerenza con lo spirito illuminista degli Asburgo, che associava le curiose creazioni in cera alla superstizione popolare. Tentando un effimero risarcimento, tra gli obiettivi della mostra si annovera, perciò, quello di riportare a Firenze i più spettacolari pezzi di quell’antica, vastissima collezione, che in alcuni casi non avevano fatto ritorno in città da secoli.

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Giuseppe Antonio Torricelli, Busto di Vittoria della Rovere, 1696-1713; pittore italiano, Scena di stregoneria, circa 1680

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