Zurbarán, assoluto nella quotidianità
A Ferrara la prima retrospettiva in Italia sul maestro del Siglo de oro, che ai fasti della corte di Madrid preferì i monasteri dell’Andalusia

Mercedario. Frate Jéronimo Pérez (1630-1632 circa), olio su tela
Entra nel Siglo de oro di corsa, brucia le tappe, sembra inseguito dal suo stesso destino che lo porta a firmare la prima commissione importante a diciotto anni, a sposarsi a diciannove, e poi a lavorare indefessamente fino ai trenta, ai quaranta. Per poi uscire lentamente dalla scena, vendendo ai sudamericani del Nuovo Mondo. Allievo di un pittore sivigliano di cui resta soltanto il nome, Francisco de Zurbarán (1598-1664) è uno dei grandi attori del sontuoso Seicento spagnolo: è nato un anno prima di Diego Velázquez e tre prima di Alonso Cano. Tra il 1591 di Jusepe de Ribera e il 1618 di Bartolomé Esteban Murillo, le sorti pittoriche della Spagna mostrano all’intera Europa di che vaglia sia la risposta che la nuova generazione oppone al severo manierismo di Filippo II e alle tradizionali influenze fiamminghe e italiane. È una sorta di seconda Reconquista, che usa la pittura per insegnare, confermare, dimostrare la vittoriosa bellezza del cattolicesimo trionfante attraverso opere, diceva il coevo poeta e teologo spagnolo José de Sigüenza, «di fronte alle quali si può e viene voglia di pregare; cosa di cui molti non si curano».