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Quel secolo on the road

Gli scrittori del Novecento tornano pellegrini. In cerca della propria anima

Albert Camus

Albert Camus

​Rileggevo, qualche tempo fa, Passaggio in Alaska. Da Seattle a Juneau (2003) di Jonathan Raban, fra i più notevoli scrittori dei nostri anni, nato a Hempton, un paesino del Norfolk in Inghilterra, il 14 giugno 1942, quando i cacciabombadieri tedeschi incrociavano minacciosi poco lontano. Nella sua opera risuona come un tamburo l’antico passo di marcia del romanzo inglese, quello di viaggio intendo, tra Fielding e Defoe, dove c’è sempre un ragazzo che sta per diventare grande: prima che ciò avvenga, conoscerà un bel pezzo di mondo, osservandolo dal parapetto di spericolati navigli, oppure seduto a cassetta su lente carovane sotto cieli pieni di fulmini e stelle. Si tratta di un rito di passaggio, la cui dimensione è soprattutto interiore, al punto che le avventure e gli incontri lungo il cammino potrebbero addirittura essere inventati, secondo il modello supremo fornito nel 1935 da Frederic Prokosch in Gli asiatici, ricostruzione lirico-filologica di un Oriente immaginato al tavolo di una biblioteca americana senza essersi mai spostato da casa. A ben pensare, non accadeva forse la stessa cosa quando Alfredo Panzini se ne andava in bicicletta sui sentieri romagnoli e, tornato alla scrivania, immediatamente rievocava sulla carta le fantasie provate sui pedali?
 
Nel Ventesimo secolo molti scrittori hanno presagito la fine dell’ebbrezza che probabilmente ancora animava Gustave Flaubert di fronte alle Piramidi. Del resto, basta leggere i resoconti indiani di Guido Gozzano, così noiosamente minuziosi, per rendersi conto che già lui aveva rinunciato all’illusione vitalistica del Barry Lyndon di William Makepeace Thackeray il giorno in cui parte dal suo paesello di campagna per fare fortuna nella grande città. Una volta sentenziata la fine dei miraggi non restava che il reportage, ma pochi avrebbero saputo praticarlo con il rigore stilistico necessario: così per un Giovanni Comisso, pronto a replicare i fasti della grande tradizione nel suo incandescente dettato ritmico, che gli consentiva di mostrarci l’altrove come pochi prima e dopo di lui hanno saputo fare, quanti giornalisti e inviati speciali ci siamo dovuti sorbire fino a non molti anni fa, quando la rivoluzione informatica ha implacabilmente posto fine all’aura del viaggio unico? Dobbiamo tornare indietro a George Orwell per ritrovare, nel suo Omaggio alla Catalogna (1938), la passione dell’antico condottiero, quello che mette alla prova se stesso e, assieme all’André Malraux di La speranza (1937), ci racconta la guerra civile spagnola come sarebbe capace di fare soltanto il vero scrittore, dolorosamente consapevole che la stazione finale di tutti i suoi spostamenti è l’espressione formale, cioè l’istante in cui capisci se l’esperienza compiuta ha avuto un senso oppure no......
 
di Eraldo Affinati