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Dove la bellezza è sempre in agguato

​È la cattedrale della cultura laica. E per questo sin dall’inizio il museo si manifesta nella ricerca della grandiosità, dell’eccellenza, della preminenza nel contesto urbano. Per quanto in questa nostra epoca abbia fatto scalpore l’erezione del Guggenheim a Bilbao con l’eclatante progetto di Frank Gehry o qualche anno prima il Centre Pompidou di Renzo Piano e Richard Rogers a Parigi, non si può dimenticare che sin dalle origini i grandi musei europei sono stati monumenti centrali della città. Luoghi concepiti per destare meraviglia.
La Galleria degli Uffizi, il maggiore e più antico museo italiano, sorse verso la fine del ’500 come trasformazione di quello che fu voluto dai Medici come il più importante edificio civile fiorentino. Lo stesso accadde a Parigi col Louvre, nato nel Medioevo come fortezza, trasformato poi in reggia e con la Rivoluzione ristrutturato in istituzione culturale pubblica. Né sono da meno, quanto a rilevanza architettonica e urbanistica, la Museumsinsel di Berlino, l’isola che raccoglie i principali musei della capitale tedesca, o l’Hermitage a San Pietroburgo, rinnovato nel 1805 per essere il più splendido dei luoghi. Perché la cultura, dal Rinascimento e ancor più dall’Illuminismo, diviene elemento cardine della società.
Oggi si continua su questa stessa lunghezza d’onda. La differenza è che l’attivazione dei poderosi circuiti pubblicitari e il marketing urbano hanno proiettato i musei sulla scena massmediale. E questi sono divenuti capaci di attirare masse ingenti in una specie di tritacarne umano. Allora ci si chiede quale sia l’autentico impatto culturale delle opere. Penso ai milioni di persone che si accalcano davanti alla Gioconda, praticamente invisibile dietro lo schermo antiproiettile, per scattarsi selfie e poter dire “ci sono stato”, mentre a pochi metri di distanza praticamente ignorati sono esposti il San Sebastiano e la Crocifissione del Mantegna. Lo stesso si vede a Venezia: in piazza San Marco la folla dilaga, mentre nelle calli secondarie si trovano chiese magnifiche che nessuno guarda.
La spettacolarizzazione ha effetti distorsivi. In Cina capita di entrare in un tempio buddhista e si può assistere assorti a una cerimonia, finita la quale i monaci chiudono la scena e se ne vanno, come impiegati al termine del turno. Con la massificazione si introduce, oltre alla spettacolarizzazione, il rischio dell’effimero. Ma può la cultura, in particolare il museo, ridursi a fatto transeunte, effimero, quando la vocazione sua propria è la ricerca della permanenza? Il problema è quale sia l’efficacia della cultura quando diventa oggetto di consumo di massa. Internet, con la sua capacità di informazione pervasiva, è certamente responsabile della corsa alla visita ai musei. Questi non sono più torri d’avorio riservate ai pochi iniziati al fascino soave della cultura. Oggi i musei possono persino competere con gli stadi come luogo nei quali si riversano le masse. Ma tra stadi e musei ci sarà sempre una differenza sostanziale: anche chi attraversa questi ultimi di corsa, come fanno i turisti distratti desiderosi solo di dire “ci sono stato”, pur nella fretta potrà essere colpito dalla bellezza del luogo e degli oggetti. Grazie a Internet potrà rivederli, e ripensarci: la cultura lascia sempre un segno. E in queste cattedrali laiche l’animo trova orizzonti più vasti, che parlano dell’eterno.

di Phillipe Daverio

 

Faccia a faccia con l’arte tra identità

e globalizzazione

Nella seconda metà del XX secolo i musei conoscono una fortuna inusitata. Se ne costruiscono ovunque, in numero maggiore di quanto fosse mai avvenuto in passato. Sono ricercati nelle forme e risaltano nel tessuto urbano, proprio come avveniva con le cattedrali medievali. Perché? Il museo è il luogo in cui si curano e si conservano le tante testimonianze di carattere culturale, artistico, artigianale, scientifico, industriale. È, in un certo senso, l’esatto opposto dell’azione bellica. Laddove questa distrugge, quello ripara, laddove questa porta all’oblio, quello mantiene nel tempo, laddove questa minaccia, quello protegge e valorizza.
La prima metà del XX secolo è stata caratterizzata dalle guerre: il proliferare dei musei nella seconda metà del secolo si presenta, quindi, come una parte rilevante dell’impegno al riscatto civile e morale. Perché la memoria è la prima pietra su cui si fonda la cultura, e nei musei si comunicano e diffondono i valori umani. La comunicazione, libera come è libera l’arte contemporanea, è parte della natura e dell’autentica missione dei musei.
Per quel che mi riguarda, ho avuto la fortuna di progettarne una dozzina, in diverse parti del mondo, e nell’affrontarne le problematiche ho potuto osservare anche alcuni aspetti critici. Ne segnalo due. Se i valori culturali e identitari fossero robusti e ben presenti nel tessuto sociale, forse l’ansia di ritrovarli in una esposizione permanente sarebbe sentita con minore urgenza. Se il processo che chiamiamo globalizzazione mette in luce il rischio di un appiattirsi delle identità, di queste i musei divengono baluardo poiché essi un tempo rappresentavano l’apologia dell’umanità universale, mentre oggi sono spesso espressione della società locale.
Eppure la tendenza globalizzante influisce anche sulla concezione stessa del museo. Capita così che in alcuni di questi si noti quello che si potrebbe definire “effetto Luna park”: la cultura diventa oggetto di consumo, come qualsiasi altro bene commerciabile. Insomma, vi sono limiti, problemi, carenze. Ma nel confronto tra questi e i pregi, la bilancia pende decisamente in quest’ultimo verso. Il museo è una delle poche istituzioni che permette il contatto diretto tra la persona e l’oggetto, senza mediazione, senza schemi interpretativi preconcetti. Nel museo posso vedere quel che ha compiuto Picasso, a tu per tu, e formarmi il mio giudizio personale, senza guardare attraverso gli occhi della critica. Non c’è rappresentazione di qualcos’altro, non è un film, non una fotografia; non c’è interpretazione, non c’è virtualità, ma solo la realtà. Così, pur essendo un’istituzione laica, il museo consente una particolare forma di trascendenza: è la via di fuga dall’onnipresente simulazione. In questo è la cattedrale dell’epoca contemporanea, senza voler con ciò implicare una contrapposizione con la religione.
Nella Fondation Martin Bodmer a Ginevra, che progettai alcuni anni fa, è conservata la più antica copia esistente del Vangelo di Matteo. Trovarsi faccia a faccia con opere come questa significa entrare in una dimensione nuova, lasciarsi avvolgere dalla contemporaneità della storia, in un dialogo che rende il singolo essere umano alla propria umanità. Tutta intera.


di Mario Botta